La Ghigliottina, una storia “scientifica”

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In questo articolo parleremo della ghigliottina e di come la sua storia sia legata alla scienza. Vedremo insieme come si è arrivati a ideare questo strumento di morte e soprattutto perché esso è strettamente legato alla scienza medica.

Chi costruisce per primo la ghigliottina?

Per parlare della ghigliottina e della sua storia, partiamo da alcuni numeri. Si stima che i morti ghigliottinati nella Rivoluzione Francese siano stati oltre 46.000. La maggioranza essi non apparteneva al clero o alla nobiltà aristocratica che avvenivano aspramente combattute bensì erano semplici popolani e al massimo piccolo borghesi colpevoli esclusivamente di avere simpatie per il precedente sistema di governo che era chiamato dai rivoluzionari con il nome di Ancien Régime.

Lo strumento che tristemente si distinse per efficacia in queste esecuzioni fu la ghigliottina, una macchina di morte perfezionata nei suoi meccanismi dal chirurgo francese Antoine Louis, segretario permanente dell’Accademia di Chirurgia di Parigi.  

Antoine Louis (foto tratta dal Dictionaire des sciences médicales)

Il 7 marzo 1792, il Prof. Antoine Louis, presentò all’Assemblea Generale un testo intitolato “Consultation motivée sur le mode de décollation nouveau (Consultazione motivata sulla nuova modalità di decapitazione). In questo testo Luis minuziosamente le modalità costruttive di questa macchina, che nei primi tempi prese proprio il nome Luisette, in onore diciamo così del suo ideatore. 

Realizzata poi dal costruttore di strumenti musicali Tobias Schmidt, al prezzo di 960 livree, nella sua progettazione furono tenuti in grande considerazione i suggerimenti forniti da Charlie-Henri Sanson, il boia di Parigi. O meglio il pubblico ufficiale francese incaricato dal tribunale di eseguire le condanne corporali e fra queste la tortura e la condanna a morte.

Come si arrivò a costruire la ghigliottina?

La ghigliottina aveva per così dire un grosso pregio quelli di rendere semplice ed efficiente l’esecuzione della pena capitale. Essa pensate teneva in considerazione le istanze sollevate in precedenza da tanti condannati che chiedevano di essere sì uccisi ma in modo istantaneo e indolore

Infatti, prima della sua messa a punto i metodi di esecuzione più diffusi erano la decapitazione con la scure, l’impiccagione, il supplizio della ruota fino allo squartamento degli arti per coloro che erano o recidivi o avevano attentato alla vita del re. Ora tutte queste metodiche erano piuttosto imprecise (per dirne una ….la scure non sempre andava a segno nel punto giusto) e come potete immaginare portavano frequentemente ad episodi a dir poco raccapriccianti mettendo a dura prova la stessa tenuta psicofisica del boia. 

Lama obliqua della ghigliottina. All’inizio, la lama della ghigliottina era dritta poi divenne obliqua grazie al chirurgo francese Antoine Luis (Sir Henry Wellcome’s Museum Collection – CC BY 4.0)

Nella sua concezione, la formidabile efficienza della ghigliottina sembrava risolvere tutto questo. Il condannato posto in posizione prona, infatti, veniva immobilizzato attraverso delle cinghie e la propria testa fermata da un blocco di legno. Una lama obliqua connessa ad un peso di piombo di circa quaranta chilogrammi scendendo lungo delle guide metalliche dall’altezza di 2,20 m, tagliava in modo netto e veloce (o almeno nella maggior parte dei casi) la testa del condannato, riducendo al minimo la sofferenza dello stesso. 

Perché fu chiamata ghigliottina? 

Essa fu chiamata così, “Guillotine” probabilmente per semplicità fonetica: derivando lo stesso neologismo dal cognome del medico francese Joseph-Ignace Guillotin che in epoca rivoluzionaria propose all’Assemblea Nazionale una modifica dei 6 articoli del Codice penale riguardanti proprio la pena di morte.

Joseph Ignace Guillotin (line engraving by B. L. Prévost after J. M. Moreau), 1785

Nel primo di questi articoli, Guillotin proponeva per ogni cittadino francese un’unica modalità di pena capitale, indipendentemente dalla propria origine o dal proprio ceto sociale. Per farla semplice sia che si fosse un criminale di strada o un barone altolocato se si veniva condannati a morte si veniva uccisi nello stesso modo.  

Gli articoli rimanenti riguardavano disposizioni in merito al corpo e ai beni del giustiziato. Esso, infatti, doveva essere restituito alla propria famiglia per una degna sepoltura e i beni e le proprietà dell’ucciso dovevano andare ai parenti più stretti.  Inoltre, la famiglia stessa non poteva (più) essere ritenuta responsabile della condotta criminale commessa dal familiare ormai giustiziato, cosa che accadeva sotto i sovrani dell’Ancient Regime. E questo dobbiamo dirlo fu un notevole progresso giuridico. Ma non solo in questo campo si ebbero per così dire dei progressi.

Uno strumento interessante per la medicina.

La decapitazione attraverso l’utilizzo della ghigliottina stimolò notevolmente oltre a quesiti di natura giuridica e filosofica anche quesiti di natura medica che si tradussero ben presto in sperimentazioni sul corpo dei ghigliottinati. 

Fra queste si annoverano le ricerche del celebre anatomista e medico francese Marie Francois Xavier Bichat il quale condusse esperimenti fisiologici sui cadaveri decapitati impiegando stimoli di natura elettrica e chimica.

 Le sue conclusioni potremmo dire furono “rivoluzionarie”: venne infatti scoperto da Bichat come il cuore umano quando stimolato in modo diretto con l’energia elettrica si comporti come un qualsiasi altro muscolo del corpo rispondendo agli stimoli fino a 40 minuti dopo la decapitazione del soggetto.[1] Questo fu uno dei molti studi che permisero nel futuro di arrivare ad una migliore comprensione della fisiologia del cuore.  

La stessa curiosità scientifica messa in atto da Bichat, durante la sua ahimè breve vita, avrebbe permesso di fare numerosi passi in avanti, in particolare nel campo dello studio delle malattie. Bichat, morto nel 1802 cadendo dalle scale del proprio ospedale, amava ripetere:

“Seziona in anatomia, esperimenta in fisiologia, segui la malattia e fai l’autopsia in medicina; questo è il percorso triangolato senza il quale non possono esistere l’anatomista, il fisiologo, il medico”

Marie Francois Xavier Bichat, anatomista

Cosa accade al nostro corpo durante l’esecuzione?

Tuttavia, credo che tutti a questo punto ce lo siamo chiesto.  Ovvero il condannato sente dolore? La testa tagliata e separata dal corpo rimane cosciente? E per quanto?  Ebbene riguardo all’attività neurologica dei decapitati, si sono fatti numerosi studi, anche recenti, e si è arrivati ad alcune conclusioni. 

Oggi sappiamo dall’ analisi elettroencefalografica fatta sui ratti decapitati che la perdita di coscienza avviene circa dopo 4 secondi[2] la decapitazione mentre per circa 10 secondi permane ancora un’attività elettrica dell’encefalo anche se a un livello subconscio. E questo è ben compatibile con le attuali conoscenze di fisiologia della circolazione sanguigna; infatti, è necessario ricordare come il cervello umano sia alla fine un organo. 

Anzi un organo che per poter funzionare ha un estremo e continuo bisogno di ossigeno e di substrati energetici. Basti pensare che il 20% di tutto l’ossigeno che il nostro corpo utilizza si trova proprio in questo distretto corporeo. 

Ora nella decapitazione si ha la recisione in modo pressoché istantaneo di tutti i vasi sanguigni che portano sangue al cervello. Ovvero viene causata un’improvvisa mancanza di ossigeno e nutrienti. Tutto questo si traduce in una fulminea perdita di coscienza e nell’insorgenza di un danno da assenza di ossigeno (danno detto anossico) di tipo irreversibile. 

La recisione, inoltre, taglia un’altra cosa ovvero tutte le vie di comunicazioni nervose facendo sì che il condannato nel caso fosse brevemente cosciente non possa tuttavia percepire nessun stimolo doloroso, in quanto le vie di comunicazione degli stimoli sono interrotte. 

Riguardo invece ai movimenti delle palpebre, delle labbra e di altri muscoli facciali che sono stati descritti negli immediati momenti dopo la decapitazione (era infatti uso al tempo mostrare la testa appena recisa alla folla eccitata e plaudente) sono invece attribuibili a improvvisi e non riproducibili spasmi muscolari, gli stessi spasmi che si possono avere in un corpo la cui morte è avvenuta da pochi istanti.

Uno strumento (di morte) che viene migliorato

Ebbene in Francia, la vita della ghigliottina come macchina di morte fu tristemente longeva: dal 25 aprile 1792 con l’esecuzione di Nicholas Pelletier[3] in Place de Grève (accusato di furto) al 1981 con l’abolizione della pena di morte[4] in tutta la nazione. Per oltre 189 anni la ghigliottina fu lo strumento utilizzato per la messa a morte dei condannati. 

Maria Antonietta (Gautier-Dagoty, 1775, Palace of Versailles)

Sotto il “rasoio nazionale”, così era chiamata nel passato la ghigliottina, caddero importanti personaggi storici fra questi il re Louis Capet più noto come Luigi XVI e la regina di Francia, Maria Antonietta che vennero giustiziati n Place de la Concorde a Parigi rispettivamente il 21 gennaio 1793 e il 16 ottobre 1793 i. Ancora oggi in questa data a Parigi si mangia per tradizione la tête de veau, la testina di vitello con la salsa gribiche[5]; proprio per ricordare la morte violenta del sovrano ad opera dei ceti popolari; questa parte infatti dell’animale  nel passato veniva cucinata e  consumata dai ceti meno abbienti. 

Ma la Rivoluzione presto divorò anche i propri eroi come Georges Jacques Danton, Louis de Saint-Just e lo spietato e intransigente Maximillien Robespierre[6]. Tutti subirono dopo pochi anni lo stesso tipo di esecuzione. Tuttavia, la storia della ghigliottina non si esaurì in quel periodo e anzi non ci si fermò nel migliorare questo strumento. Vediamo come.

Nel 1870, 78 anni dopo la messa a punto della ghigliottina rivoluzionaria, Leon Berger, carpentiere e assistente del boia, mise a punto un nuovo modello di ghigliottina.

Fra i miglioramenti di Berger vi fu infatti un rinnovato meccanismo di discesa, ora la lama scendeva grazie a una coppia di ruote laterali che scorrevano su guide metalliche, inoltre un meccanismo a molla si attivava quando la lama veniva sbloccata, aggiungendo così un ulteriore accelerazione a quella data della gravità. 

Il risultato finale di queste migliorie era un ancora più veloce discesa della lama e resero la ghigliottina (sempre più performante. Inoltre, la macchina di Leon Berger era caratterizzata da essere più stabile nonché trasportabile tanto da poter essere montata e smontata rapidamente in qualsiasi piazza di Francia.  E così rimase fino a quando non fu messa in soffitta nel 1981. Quella però che non stata archiviata è ahimè la volontà dell’uomo di uccidere un altro uomo.

 La decapitazione oggi

Sebbene nel passato la decapitazione sia stata uno dei metodi più diffusi alle più diverse latitudini per l’esecuzione di una condanna capitale, questa pratica è oggi riconosciuta e consolidata nel sentire comune come metodo di uccisione barbaro e disumano. 

Attualmente l’unico paese che prevede l’esecuzione di condanne a morte per decapitazione, con l’utilizzo di una sciabola, è l’Arabia Saudita, dove si verificano in media circa 150 condanne all’anno. 

Tuttavia, non dimentichiamo come la pena di morte stessa con utilizzo di altri mezzi (iniezione letale, sedia elettrica, etc) è tutt’ora praticata anche all’interno di sistemi democratici di tipo occidentale. 

Victor Hugo, cantore della Rivoluzione Francese, turbato da questo strumento e dallo stesso concetto di pena di morte scrisse: 

La civiltà rifletta: essa risponde del carnefice. Ah, voi odiate il crimine sino a uccidere il criminale? Ebbene, io odio l’assassinio sino a impedirvi di diventare assassini. Tutti contro uno, la potenza sociale condensata nella ghigliottina, la forza collettiva impiegata per un’agonia.  Che cosa vi è di più odioso? Un uomo ucciso da un uomo spaventa il pensiero, un uomo ucciso dagli uomini lo avvilisce.[7]

Victor Hugo, Contro la pena di morte

Scritte solo pochi anni dopo la Rivoluzione francese, sono indubbiamente parole che fanno riflettere[8]. Specie alla luce di quegli ideali di libertàuguaglianza e fraternità che contenuti nella Dichiarazione dei Diritti dell’ Uomo e del Cittadino del 26 agosto 1789. Diritti che faranno parte di quell’alfabeto politico che progressivamente cambierà il mondo.


Note Bibliografiche

[1] M.F.X. Bichat, Recherches physiologiques sur la vie et la mort, 1799

[2] “Decapitation in Rats: Latency to Unconsciousness and the ‘Wave of Death”, Clementina M. van. Rijn et Al., PLoS One, 27 Jan 2011

[3] In realtà, la prima volta che la lama dello strumento discese su un essere vivente ful’ 11 aprile del 1972 in Cour du Commerce, rue Saint-André-des-Arts su una povera pecora. Al tempo la lama, non era ancora obliqua ma dritta, molto simile a quella di un’ascia. Nei giorni successivi, sotto la guida di Antoine Louis furono utilizzati tre cadaveri umani (provenienti dall’ ospedale della Bicêtre) per testare la ghigliottina sull’essere umano. Dopo una prima giornata di prove, lo stesso Louis convenì che la lama dovesse essere obliqua. Passati tre giorni, necessari al fabbro per fabbricarla, fu provata su altri tre cadaveri (che su richiesta dovevano anche piuttosto essere robusti e corpulenti) ed essa funzionò.

[4]Il primo stato ad abolire la pena di morte contro “qualunque reo” fu il Granducato della Toscana. Il 30 novembre 1786 venne emanata la “Riforma della Legislazione Criminale Toscana” da parte del Granduca Pietro Leopoldo da Lorena. Non fu tuttavia una riforma duratura. Solo quattro anni dopo la pena di morte venne ripristinata. Il precedente è tuttavia di rilevante importanza storica.

[5] Ancora oggi in questa data a a Parigi si mangia per tradizione la tête de veau (testina di vitello bollita) accompagnata dalla sauce gribiche. Il taglio stesso di carne scelto (ovvero il quinto quarto del vitello) esprime non solo la morte violenta del monarca ma anche l’origine popolare e rurale di una parte anatomica che all’epoca veniva consumata dai ceti meno abbienti.

[6] Alle ore 12:00 del 9 termidoro 1794 (ovvero 27 luglio 1794) il membro più importante del Comitato di Salute Pubblica, Maximilien Robespierre cadde sotto le lame della ghigliottina. Per maggiori informazioni suggeriamo: “The Fall of Robespierre” scritto da Colin Jones per Oxford University Press.

[7] Victor Hugo,  Contro la pena di morte, antologia da opere e discorsi, BUR, 2009.

[8] P. Passaglia, La condanna di una pena. I percorsi verso l’abolizione della pena di morte, 2021

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