Il 19 settembre 1991, tra il ghiaccio e le rocce del Giogo di Tisa, apparve il corpo di un uomo vissuto circa 5.300 anni fa. Accanto a Ötzi c’erano abiti, armi e utensili, ma anche alcuni reperti più discreti: frammenti di fungo. Da qui nasce una domanda affascinante: il rapporto tra Ötzi e i funghi medicinali è una scoperta archeologica o un’ipotesi costruita a posteriori?
Due funghi conservati in modo diverso
Tra gli oggetti di Ötzi furono riconosciute due specie di polipori. Nella borsa alla cintura si trovava una massa preparata da Fomes fomentarius, il fungo dell’esca: era stata lavorata fino a ottenere un materiale adatto ad accendere il fuoco. Tracce di pirite rafforzano questa interpretazione.
Più enigmatici erano invece due frammenti di poliporo di betulla, oggi chiamato Fomitopsis betulina e in passato Piptoporus betulinus. Ciascun pezzo era fissato separatamente a un laccio di pelle. Quella cura nel conservarli suggerisce che avessero una funzione precisa, ma non ci dice quale. Potevano essere strumenti, oggetti dotati di un significato rituale oppure sostanze destinate al corpo.
Ötzi, i funghi medicinali e il parassita
Nel colon della mummia furono identificate numerose uova di Trichuris trichiura, un verme parassita dell’intestino. Il dato rese seducente un collegamento: forse Ötzi portava il poliporo per trattare la parassitosi o i disturbi gastrointestinali associati.
L’ipotesi sembrò acquistare forza grazie all’etnomicologia. In epoche molto più recenti, il poliporo di betulla è stato impiegato nella medicina popolare per disturbi gastrointestinali, ferite e parassiti. Tuttavia una tradizione documentata a migliaia di anni di distanza non dimostra automaticamente l’uso che ne faceva un singolo individuo dell’Età del Rame.
Ötzi trasportava due frammenti di poliporo di betulla e aveva una parassitosi intestinale. Il fungo contiene composti biologicamente attivi e possiede una storia d’uso tradizionale. Questi elementi rendono plausibile l’ipotesi medicinale, ma non provano che Ötzi lo ingerisse né che potesse curare la sua infezione.
Ciò che mostra il laboratorio
Fomitopsis betulina contiene numerosi composti bioattivi. La piptamina isolata da una coltura del fungo ha mostrato attività contro batteri Gram-positivi e lieviti, tra cui Candida albicans, in esperimenti di laboratorio. Alcuni triterpenoidi hanno inoltre prodotto effetti antinfiammatori in modelli sperimentali.
È un’informazione importante, ma risponde a una domanda diversa. Dimostrare che una molecola isolata o un estratto agisce in determinate condizioni non significa provare che il fungo grezzo fosse efficace nell’uomo. Tra i due estremi mancano passaggi decisivi: preparazione, dose, via di somministrazione, assorbimento e risultato clinico. E non sappiamo nemmeno se Ötzi ingerisse quei frammenti.
Un indizio, non la ricetta del primo farmaco
I reperti raccontano dunque una convergenza, non una dimostrazione: Ötzi portava il poliporo; nel suo intestino viveva un parassita; la stessa specie fungina contiene sostanze attive studiate dalla farmacologia moderna. È possibile che la usasse per curarsi, ma lo spazio tra “possibile” e “provato” resta vuoto.
Forse è proprio questo vuoto a rendere la storia più preziosa. Ötzi non ci ha lasciato la formula del primo farmaco. Ci ha lasciato una domanda rimasta nel ghiaccio: quanto indietro nel tempo arriva l’uso intenzionale delle sostanze naturali per modificare il dolore, la malattia o il corpo?
Sfoglia le slide originali su @enjoythescience.eu.
Fonti e approfondimenti
- Peintner U., Pöder R., Pümpel T. (1998), The Iceman’s fungi, Mycological Research.
- Pleszczyńska M. et al. (2017), Fomitopsis betulina: the Iceman’s polypore fungus with modern biotechnological potential.
- Peintner U., Pöder R. (2000), Ethnomycological remarks on the Iceman’s fungi.

