Un contatore Geiger vibra davanti al pomello di una porta: il valore segna 0,24 μSv/h. Poco sopra il fondo naturale (0,11 μSv/h), ma sufficiente a rivelare qualcosa di straordinario: è l’impronta radioattiva lasciata più di un secolo fa da Marie Curie (1867–1934), quando apriva quella porta con mani nude segnate dal radium. Non è un residuo casuale, ma la testimonianza concreta e silenziosa della nascita della radioattività.
Il laboratorio della Curie
Dal 1914 fino alla sua morte, Marie Curie lavorò all’Institut du Radium di Parigi. Sulle sedie, sui quaderni, persino sul tavolo da pranzo di famiglia, persistono tracce della sua attività: impronte radioattive che il tempo non ha cancellato. Nel 2019 lo specialista Marc Ammerich ha analizzato oltre 9.000 oggetti appartenuti alla scienziata, trovando una vera e propria “firma atomica” su materiali comuni come carta, legno e tessuti.
Dalla pechblenda al radium
Tutto iniziò nel 1898, quando Marie e Pierre Curie isolarono polonio e radium dalla pechblenda, oggi nota come uraninite (UO₂), un minerale ricco di uranio. Marie scriveva già nel 1903: “La polvere, l’aria, i miei vestiti sono radioattivi”. Con il tempo, l’uraninite accumula fino al 20% di ossido di piombo (PbO), prodotto del suo decadimento. Il radio-226, con emivita di 1600 anni, emette particelle α, β e raggi γ: le prime si fermano sulla pelle, ma i γ attraversano persino il piombo e il cemento. Le mani di Marie, callose e ustionate, raccontavano il prezzo di quella scoperta.
Esperimenti sul corpo
Pierre Curie arrivò a poggiare sali di radium sulla pelle per osservarne gli effetti: comparivano lesioni e ulcerazioni. Da questa pratica rudimentale nacque l’idea che le radiazioni potessero colpire i tumori. Fu l’inizio della radioterapia oncologica, oggi ancora uno dei pilastri della medicina. Le applicazioni mediche del radium aprirono una strada che, pur rischiosa, cambiò per sempre la cura delle malattie.
Numeri e memorie storiche
Nel 1902 Marie Curie calcolò con precisione il peso atomico del radium: 225,9 (oggi noto come 226). Quella scoperta le valse il Premio Nobel per la Chimica nel 1911, il secondo dopo quello per la Fisica nel 1903. Oggi le tracce residue nei suoi oggetti misurano valori bassissimi: 0,24 μSv/h, equivalenti a circa 2 mSv/anno se esposti continuativamente, molto al di sotto del limite di 20 mSv/anno previsto per i lavoratori delle radiazioni e vicino al limite di 1 mSv/anno per la popolazione generale. Non sono più un pericolo, ma una memoria storica: cancellarle significherebbe perdere il segno vivo di un’epoca pionieristica.
Il patrimonio radioattivo
Non tutto è stato conservato: un armadio impregnato di radium fu smontato e incenerito nel 2020, mentre il banco di laboratorio visibile oggi è una replica. Eppure restano centinaia di tracce autentiche, testimoni di un luogo unico al mondo. Marie Curie stessa pagò il prezzo più alto: morì nel 1934 a 66 anni di anemia aplastica, una malattia legata all’esposizione prolungata alle radiazioni. Anche la figlia Irène Joliot-Curie (1897–1956) e il genero Frédéric morirono negli anni ’50 per patologie riconducibili alla radioattività.
Un’eredità che brilla ancora
Quando il suo corpo fu riesumato per la traslazione al Pantheon di Parigi nel 1995, il feretro dovette essere schermato con una bara di piombo, tanta era la radioattività residua. Oggi le sue carte e i suoi quaderni, ancora debolmente radioattivi, sono consultabili solo con autorizzazioni speciali e guanti protettivi. La sua eredità è un patrimonio radioattivo: una traccia luminosa che non appartiene solo alla storia della scienza, ma anche alla memoria dell’umanità.
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